Viaggiare è sintomo di infelicità?

Questo articolo è stato scritto da Ele, una amica di Cambiare Vita che ha voluto condividere qui i suoi pensieri sul viaggio e sulla felicità legata al viaggiare. E voi cosa ne pensate? Scrivete nei commenti per lasciare il vostro parere su questo pensiero!

Ieri ero al bar, il tipico bar di paese dove vai ogni mattina a bere il caffè, chiacchierare con i proprietari, considerati ormai come degli zii, incontrare sempre le stesse persone e quasi stupendoci di questo, chiedersi cosa sia successo in nemmeno 24 ore di distanza.

Ma ieri invece qualcosa è successo ad essere sincera. Ero nella mia solita postazione, a destra del bancone, io e la mia amica barista stavamo parlando del nostro prossimo viaggio, Grecia, un mondo a noi ancora sconosciuto, e in quel momento, un vecchietto iniziò a guardarci perplesso e incuriosito.

Noi, sentendoci osservate, ci girammo e la mia amica gli chiese se avesse bisogno di qualcosa (era quasi ora del suo abituale bianchino).

Il vecchietto, sorridendo e con tono da saggio, esordì dicendo che viaggiare è sintomo di infelicità. In quel momento non seppi cosa dire. La mia mente in quell’istante si fermò, pietrificata da quell’affermazione.

Le dita erano intorpidite come quando le lascio nella neve fresca per più di un minuto. Ci fu poi uno scambio di sguardi tra me e la mia amica, lei quasi in cerca del mio aiuto mi disse: Ele rispondi tu?!

Non ci sono riuscita per qualche minuto, balbettavo tra la difficoltà nello spiegare cosa voglia dire per me viaggiare e per non risultare maleducata con l’uomo.

L’ho messa sul ridere. Ho risposto semplicemente: Ma io viaggio già con la mente tutti giorni e mica sono infelice, anzi, sa che viaggi mi faccio e che risate!

La mia amica, cogliendo la palla al balzo, mi stette dietro e finimmo tutti brindando con bianchino e acqua tonica delle 12:00. Ovviamente l’acqua tonica era la mia.

La frase dell’uomo mi rimase in testa per tutto il giorno e, ad essere sincera, anche la notte.

Viaggiare è sintomo di infelicità.

Perché un uomo, alla sua veneranda età, arriva a pensare questo? Perché la maggior parte della gente resta ferma dov’è? Perché alcune persone non vivono di curiosità? E dove sta scritto che la quotidianità è fatta di monotonia?

Perché indietro nel tempo non si torna (e alcune volte è veramente un peccato), ma se potessi, adesso come adesso, a quel vecchietto risponderei in un altro modo.

Il vecchietto, sorridendo, esordì dicendo che viaggiare è sintomo di infelicità.

Ci fu poi uno scambio di sguardi tra me e la mia amica, lei quasi in cerca del mio aiuto mi disse: Ele rispondi tu?!

Caro signore, l’infelicità vive in chi non riesce ad essere felice per quello che ha. A prescindere dal viaggiare o meno. Parlo per me, la mia quotidianità, non mi dispiace, ci sono (come è giusto che sia) alti e bassi, ma il viaggiare per me non è sintomo ne di infelicità, ne di scappatoia da qualcosa o qualcuno che mi fa vivere male.

Viaggiare per me è sinonimo di vivere

Mio caro vecchietto, amo viaggiare perché amo la gente, il cibo, la vita, i profumi e tutti i colori che qualsiasi posto è in grado di regalarmi. Amo viaggiare perché, in qualsiasi altro posto, potrò entrare in un bar e chiacchierare con un altro vecchietto come Lei e potrò dire quanto è bella la città in cui lui vive.

Potrò fermarmi e vivere, forse, un po’ della sua quotidianità, delle sue abitudini e dei suoi impegni. Amo viaggiare perché mi aiuta a crescere, mi fa vivere, mi svezza e mi da forza anche nelle difficoltà. Amo viaggiare soprattutto perché stacco da quella che per fortuna o sfortuna, è la mia quotidianità.

Quando poi torno, in quella che considero e voglio viverla come casa mia, corro dai miei genitori (a qualsiasi ora) e dai miei amici e racconto quello che ho vissuto, faccio leggere loro quello che ho provato.

Si, altra cosa che ho imparato a fare. Scrivere ogni sensazione, emozione, stato d’animo che provo in quella che non è la mia città. Non resta solo il ricordo ma è come guardare un vecchio film, come se fosse la prima volta e provare sempre grandi emozioni.

Torno a casa, mio caro signore, e racconto quanto è vario il mondo. Quanto possa essere incredibile passare un pomeriggio in un centro termale a Budapest, con altrettanti ungheresi che vivono così i loro weekend, o quanto sia poco logico (per la cultura italiana) decidere di trovarsi con amici e chiacchierare in un coffee shop ad Amsterdam, bere un caffè d’asporto in tutta fretta a Londra, mangiare ottima carne a Praga, rendersi conto di come è avanti una città come Berlino (capace di lasciare alle spalle quel muro pieno di vita e non solo…), guardare uno dei tramonti più belli da lasciarti senza fiato a Santorini, mangiare tanto di quel baccalà fino a star male a Lisbona.

Questo, per me, è viaggiare.

E sa cosa Le dico, io non so manco l’inglese, tassello fondamentale per un viaggiatore. Eppure, viaggio e sono felice.

Ecco, anche oggi, un altro dei miei viaggi mentali l’ho fatto e ne sorrido.

Chissà chi incontrerò domani al bar.

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