Come cambiare vita partendo da una domanda

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Nina & Giuse, in partenza per una vita migliore

Nina & Giuse sono in partenza, hanno deciso di mollare tutto e inseguire i loro sogni in giro per il mondo. Ci spiegano la loro scelta fuori dalle righe e come cambiare vita semplicemente partendo da una domanda. Potete seguire il loro viaggio attraverso la pagina Facebook. Complimenti ragazzi e un enorme in bocca al lupo!

È questa la vita migliore che possiamo vivere?

Questa è stata la domanda che mi sono fatta quella mattina del 9 giugno 2014.

A immaginare la mia vita come una casetta, avevo come l’impressione che a guardarla dalla strada, sbirciando dalle finestre, qualsiasi passante avrebbe potuto esclamare Ma che bella! È perfetta! Ha tutte le cose che servono!.

Eppure, a viverci dentro, a me continuava a sembrare che non ci fosse niente nel posto giusto, niente che fosse mio, niente di utile. Era come abitare nella casa meravigliosa di qualcun altro. Mi sono portata addosso per mesi questa sensazione fastidiosa che mi faceva sentire ospite a casa mia, cioè nella mia vita, fino a quel 9 giugno.

Ero appena uscita da una tre giorni di lavoro molto intensa, che aveva coronato il mio primo anniversario come giovane manager nel mondo del marketing e dell’asset management. E mentre tutti intorno a me non facevano altro che vedere quanti risultati avessi raggiunto, quanto il mio lavoro venisse riconosciuto dai clienti nonostante la situazione economica difficile… io ero l’unica a non riuscire a vedere qualcosa di positivo.

È stato lì che mi sono resa conto che dovevo smetterla di attribuire le origini del mio malessere allo stress, al trasferimento da Torino ad Ancona, alla congiuntura economica o all’ambiente di lavoro. Quel 9 di giugno mi resi conto che il problema fondamentale ero io, che stavo vivendo una situazione che, per quanto bella, stimolante o che altro, semplicemente non era la mia. O non lo era più, o non lo era mai stata. Chissà!

Tornai a casa dall’ufficio e ne parlai con Giuse. Fu subito tutto chiaro; da un certo punto di vista lui era già stufo da più tempo, ma aveva atteso per lasciare a entrambi il tempo di capire che piega avrebbe preso questa mia nuova esperienza professionale. E così, quando gli dissi che non ne potevo più di vivere questa vita, in cui pareva che non ci fosse mai tempo per niente che importasse davvero, lui mi disse – con il suo solito pragmatismo essenziale – Ehi, lascia il lavoro.

Nel giro di un mese avevamo concordato l’uscita dalla mia azienda, la chiusura dell’azienda di Giuse, la disdetta del contratto di affitto e la vendita di tutto quello che potevamo vendere. Abbiamo dato in beneficenza sacchi e sacchi di vestiti, coperte, lenzuola, e abbiamo regalato agli amici tutto quello che per noi aveva un valore affettivo importante ma che non aveva senso rinchiudere in uno scatolone.

Ci siamo trovati con 15 scatole, due gatti, il computer di Giuse, la mia reflex, due biciclette. Ah, sì, anche una lavatrice e due piante grasse da regalare ai miei genitori, i quali diventeranno i nuovi distributori di cibo e coccole dei nostri due gatti fintanto che noi saremo in viaggio.

E noi? Abbiamo deciso di partire, girare il mondo zaino in spalla al di fuori dell’Europa. Partiamo a fine marzo, iniziando dal Sudamerica. Facciamo fatica a dare una descrizione precisa al nostro partire: viene molto più facile dire che cosa non è questa nostra scelta.

Non è un viaggio sabbatico: non abbiamo messo il tasto pausa alla nostra vita per svagare la mente e poi decidere dopo che cosa fare del nostro passato.

Non è una vacanza: abbiamo intenzione di mescolare alla scoperta di posti bellissimi qualche esperienza di volontariato, lavoro in cambio di vitto e alloggio, e tutto quello che potrà capitarci durante il viaggio che possa aiutarci a conoscere un po’ di più noi stessi, i nostri limiti e le nostre potenzialità. Abbiamo iniziato a prendere contatto con alcuni sudamericani disposti a ospitarci e a condividere con noi il loro tempo e le loro vite, e ci stiamo affidando anche al passaparola fra amici di amici. Al di là di Facebook e di Internet, il tam tam di villaggio in villaggio continua a funzionare anche nel terzo millennio!

Non abbiamo un piano B: siamo senza lavoro, senza casa, senza niente. È stata sicuramente una scelta estrema, ma se avessimo tenuto anche solo un qualche piccolo spiraglio aperto, a livello mentale non ci avrebbe fatto sentire così liberi.

Non abbiamo nemmeno un piano A: non sappiamo né ci interessa pianificare cosa andremo a fare in questo viaggio, o alla fine di questo viaggio – se ci sarà mai una fine! Quello che è certo è che vogliamo chiudere con il nostro stile di vita passato e con quella routine che ruotava essenzialmente attorno ad un lavoro funzionale a pagare le spese derivanti dall’avere un lavoro. Non c’era mai tempo per noi stessi, come individui e come coppia, e quando c’era il tempo non c’erano i soldi, e quando c’erano il tempo e i soldi non c’erano le energie per poter fare nulla.

Già in questi primi mesi senza lavoro abbiamo imparato a trovare modi nuovi e più sostenibili per vivere: ridurre le spese inutili senza rinunciare a nessuna delle nostre necessità principali, liberarsi dalla schiavitù della macchina, dedicare tempo a confrontarsi con altre persone che come noi hanno deciso di provare a tirarsi fuori da un meccanismo fine a se stesso assolutamente privo di senso.

Non c’è mai stata paura di fare un salto nel vuoto. Vuoto è tutto quello che abbiamo lasciato alle spalle: una vita senza uno scopo, anni spesi per fare quello che la società ti dice di fare, e la sensazione di stare sprecando i propri anni migliori. La nostra più grande paura è di non riuscire a vivere la nostra vita, non di abbandonare le nostre certezze.

Partiamo perché abbiamo deciso che non vogliamo arrivare ad 80 anni e accorgerci che abbiamo vissuto una vita che non era la nostra, che abbiamo collezionato rimpianti e che magari non abbiamo scoperto di avere il dono innato di saper suonare il violino.

È questa la vita migliore che possiamo vivere? A quella domanda del 9 giugno non so se daremo mai una risposta. Ma non è questo lo scopo del nostro viaggiare.

Viaggiamo per dare voce a questa domanda, per concederci il lusso di potercelo domandare tutte le mattine. Perché quello che conta non è darsi le giuste risposte, ma farsi le giuste domande.

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