Andare a vivere in Australia, l’esperienza di Francesca

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Francesca si è trasferita a vivere in Australia

Francesca ha deciso di andare a vivere in Australia, dove ha recentemente ottenuto la cittadinanza. Ci spiega come ha fatto e ci racconta il suo percorso in questa intervista.

Ciao Francesca, puoi raccontarci qualcosa di te e presentarti brevemente?

Sono ormai nei miei 33 anni di età, prima figlia e unica sorella di una serie di 4, nata a Verona e cresciuta in un piccolo paesello di provincia. Sono sempre stata indipendente sin dai primi anni di vita, razionale, logica, organizzata e precisa grazie a papà ma anche creativa, sognatrice, passionale, molto onesta e diretta grazie a mamma.

Ho una laurea in biotecnologie farmaceutiche ottenuta a Milano ma mai sfruttata e nel Novembre 2010 sono partita per andare a vivere in Australia con il mio compagno.

Di cosa ti occupavi in Italia?

Dopo la laurea triennale in biotecnologie, ottenuta decisamente in più tempo del previsto, mi sono resa conto che avevo davanti due alternative: continuare a studiare e prendere la specializzazione o, con quello che avevo in mano, diventare rappresentante di farmaci. Quest’ultima opzione non era di sicuro quello che avrei voluto fare. Non sono una brava venditrice e non mi piace la quantità di soldi che gira dietro la grande macchina dell’industria farmaceutica. Avevo scelto quel corso di laurea per fare ricerca di laboratorio e scoprire cure, fare scoperte scientifiche, trovare nuove tecniche, non di sicuro per cercare di convincere dottori o ospedali a proporre un determinato farmaco ai loro pazienti.

L’opzione di riprendere a studiare era fuori questione, ero stanchissima dopo gli anni della triennale e non volevo investire altro tempo, energia e soldi in due ulteriori anni di studio (che sicuramente si sarebbero dilungati) e in un secondo tirocinio e tesi. Avevo anche capito meglio come funziona il mondo della ricerca in Italia, non eravamo (e non siamo) davvero messi bene a livello di stipendi e opportunità di carriera. Perché avrei dovuto farmi di nuovo in quattro per poi prendere 700€ al mese per chissà quanto tempo? Decisi così di iniziare a cercare un lavoro qualsiasi e nel frattempo capire meglio cosa fare.

Dopo due mesi dalla laurea venni assunta per una famosa catena di abbigliamento che aveva appena aperto il suo primo negozio a Verona. Entrai nel circolo delle persone che ottengono un contratto a tempo indeterminato, uno stipendio decente (sopra la soglia minima di povertà per intenderci) e che non vogliono uscirne perché non sanno cos’altro troveranno là fuori.

Rimasi a lavorare lì per due anni, finché per una serie di svariati effetti domino combinati tra loro, non mi licenziai e partii per Sydney, Australia.

Quindi, in sostanza, di cosa mi occupavo in Italia? Di non mandare a quel paese i clienti, di sorridere ed essere cortese e gentile, di non sbagliare a dare il resto quando qualcuno pagava, di raccogliere i vestiti da terra, di piegare le magliette contro il mio busto rimanendo bella dritta in piedi e di tenere in ordine il negozio. Molto divertente davvero! (*leggere con elevato tasso di sarcasmo)

Perché hai sentito il bisogno di fare i bagagli e trasferirti all’estero?

Come molte altre persone che cambiano vita e lasciano il proprio paese natale, anch’io sin da quando ero in preda agli isterismi adolescenziali ho sempre immaginato che da grande sarei andata a vivere all’estero. Scrivevo e disegnavo su fogli di carta i nomi di città straniere, come Miami, New York e via dicendo. Il mio campo di conoscenza era molto ristretto, sognavo l’America perché è il paese che si conosce grazie a telefilm e film.

Per una serie di motivi ed esperienze personali, in Italia non mi sono mai sentita a mio agio e ho spesso avuto difficoltà con la mentalità e l’approccio tipici italiani.

Lo specifico a scanso di equivoci: amo essere italiana, sono orgogliosa di esserlo. Credo però che non sia detto che il paese dove nasciamo sia quello che più sentiamo bene sulla nostra pelle, quello che più è nelle nostre corde. C’è a chi succede e a chi no e io rientro in quest’ultima categoria.

Crescendo, questo sogno di vivere all’estero è rimasto dentro di me, spesso ben nascosto. Nella mia testa era appunto un sogno e per 28 anni non c’è mai stato il momento giusto, le condizioni giuste, la spinta giusta. Nel 2010 il sogno si è trasformato in realtà. Non perché non avessi un lavoro, non perché c’era la crisi economica che c’è ora, non perché tutto stava cadendo a pezzi. Sono partita perché volevo esplorare il mondo, smettere di sentirmi a disagio con gli altri e me stessa, allargare i miei orizzonti, vivere nuove esperienze, sfidarmi, avere paura, superare i miei limiti, osservare nuove stelle, ascoltare nuove lingue, studiare atteggiamenti diversi, conoscere culture diverse. Sono partita per cambiare in meglio e cominciare la mia seconda vita, assieme al mio compagno.

Quale decisione ti ha spinto ad andare a vivere in Australia?

Quando me lo chiedono sono sempre in difficoltà. La verità è che non ho scelto io l’Australia ma il mio compagno. Se fossi stata io a decidere probabilmente avrei scelto gli Stati Uniti. Sono però decisamente, immensamente, profondamente felice di essere approdata in Australia e non in America.

La storia è davvero lunga e complicata da riassumere, diciamo che mio marito ha già vissuto negli USA quand’era un adolescente, ha seguito tutte le superiori lì e sapeva già cosa avrebbe trovato. L’Australia era un paese di cui avevamo già sentito parlare, non era sulla bocca di tutti come lo è oggi, però si sapeva che era un paese con grandi opportunità, giovane, bellissimo, con il quale la frase ricominciare da capo andava a braccetto. E così è stata decisa la nostra meta.

Come hai fatto con il visto?

Siamo partiti a Novembre 2010 con un Working Holiday Visa, dopo un mese in Australia e diverse ricerche sul sistema di immigrazione, abbiamo creato un piano di battaglia che prevedeva che uno di noi due studiasse per almeno due anni per poi richiedere un visto non legato a sponsor e quindi non legato ad un datore di lavoro.

Impossibile spiegare tutto il processo nei dettagli, però a Gennaio 2011 siamo passati da un Working Holiday Visa ad uno Student Visa 572, finito il corso di due anni abbiamo potuto richiedere un visto temporaneo di un anno e mezzo, il Temporary Graduate 485. Nei primi mesi sotto questo visto, che erano anche i primi mesi del 2013, abbiamo ottenuto i punti che ci mancavano per raggiungere la soglia minima di 60 nel points test (un sistema a punti utilizzato per i visti non legati ad un datore di lavoro) e abbiamo inviato l’application per il visto permanente Skilled Nominated Visa 190. Il 3 Luglio 2013 siamo diventati permanent resident e quest’anno siamo diventati entrambi cittadini australiani.

Attualmente di cosa ti occupi?

Durante i due anni di visto studente, potendo lavorare solo part time, mi sono messa a studiare da sola tutto ciò che riguarda il webdesign e la grafica. Il mio obiettivo era creare un sito web sull’Australia per italiani. Nacque così Vivere in Australia, lanciato all’incirca ad Agosto 2011. L’anno successivo lanciai un blog personale e mi inventai il personaggio di Immigrata allo Sbaraglio.

Dopo aver ottenuto il visto permanente decisi di scrivere un libro. Mi piace scrivere, gli articoli che pubblicavo piacevano a chi li leggeva e speravo che raccontare senza veli o barriere quello che era stato il nostro percorso in Australia, avrebbe aiutato e ispirato chiunque l’avesse letto. Nel 2013 quindi scrissi e pubblicai da sola La Storia di un’Immigrata allo Sbaraglio, il mio primo libro digitale. Successivamente scrissi altri due libri, per la precisione due manuali. Uno sul Working Holiday Visa e uno su come emigrare in Australia, entrambi lanciati nel 2014. Nel frattempo ho continuato a seguire i due siti che ho, a pubblicare contenuti, a seguire i social e a sviluppare un piano di marketing. Ed è quello che faccio tutt’oggi. Ancora non ho chiaro però come spiegare con un solo termine il lavoro che faccio. Web designer? Blogger? Web editor? Scrittrice? Social media expert? Non lo so!

In questo periodo sto facendo una revisione del primo libro e del manuale sul Working Holiday Visa e sto facendo i primi passi dentro un progetto che ho in testa da un po’ di tempo e che ho il terrore di iniziare, se devo essere onesta. Quando si è autodidatti e si inizia qualcosa di nuovo che richiede il dover imparare nuove cose e letteralmente fare un salto nel buio, ci si pensa 40 milioni di volte prima di farlo. Continuo a dirmi che se non ci provo me ne pentirò e quindi proprio da oggi quella che finora è stata solo un’idea in testa inizierà ad assumere una forma fisica. E speriamo che vada.

Progetti e sogni per il tuo futuro; dove ti vedi fra 10 anni?

Lo ammetto, ho un problema con l’idea di rimanere nello stesso posto per sempre. Anche se il posto in questione è l’Australia, che adoro. Ho la fortuna di avere accanto una persona con le mie stesse visioni e gli stessi obiettivi, entrambi sappiamo che l’Australia è la nostra base e che più avanti vorremo provare a vivere in altri paesi. Questo è uno dei sogni che abbiamo.

Tra 10 anni quindi non ho idea di dove potremmo essere, magari in Giappone o Sud America o magari in Canada. Spero solo di essere felice come sono ora, di aver viaggiato ancor di più di quello che sto facendo ora e di vedere il mio compagno soddisfatto e sereno ogni giorno come ora.

Hai consigli da dare a chi vuole trasferirsi in Australia?

Siamo partiti impreparati e disinformati e, con parecchio studio e ricerca direttamente in Australia, abbiamo trovato il nostro percorso e tutto è andato liscio. C’è chi parte informatissimo e molto preparato ma quando poi si scontra con la realtà degli immigrati in Australia si abbatte, rinuncia e torna indietro.

Non consiglio quindi di partire per forza preparati e pronti ma non consiglio neanche di partire allo sbaraglio. Consiglio di guardare dentro di sé e valutare se effettivamente si vuole un cambiamento radicale, se davvero si è pronti a ricominciare da zero, se davvero si vuole vivere in un paese che non è e non sarà mai come quello di origine, se davvero si è disposti a rimboccare le maniche e a fare sacrifici, se davvero si è pronti a scendere a compromessi con sé stessi per raggiungere il proprio obiettivo.

Se le risposte sono positive, allora fate vostra questa frase di Napoleon Hill:
Non aspettare. Il momento non sarà mai quello giusto.

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